Un Mondo Imperfetto
Avevo incontrato Elizabeth durante una festa a settembre 2024, quando mi ero stranamente ricordata di infilare alcuni biglietti da visita nel mio portafoglio prima di uscire di casa. «Ooooh ma sei tu BIVIO!» Disse sorridendo quando la nostra amica in comune, la padrona di casa, ci presentò. «Noi due dobbiamo assolutamente parlare.» Avevo guardato il suo biglietto da visita e pensato, bingo.
Elizabeth aveva probabilmente dieci anni in meno di me, si era trasferita a Milano da Londra solo due anni prima e secondo il suo biglietto da visita, in quel momento ricopriva il ruolo di Sustainability Officer per una casa di moda di lusso, il cui logo avevo già individuato dai bottoni del blazer e sugli orecchini luccicanti.

«Sustainability Officer? Che bello!» era la mia risposta, cercando di sembrare impressionata piuttosto che scettica. «Mi sembra una bella sfida.»
Ridendo rispose «sì, diciamo che ho un bel da fare. Parlando seriamente…BIVIO sarebbe interessato a dare un’occhiata alla nostra merce di ‘seconda scelta’? Abbiamo depositi pieni di prodotti con piccoli difetti e la mia idea era quella di contattare i rivenditori di articoli di second-hand per capire se fosse possibile immettere questa merce sul mercato in maniera continuativa. BIVIO sarebbe interessato?»
«Assolutamente sì», dissi. «Un collab tra BIVIO e LFB sarebbe top» (da ora in poi questa Luxury Fashion Brand sarà chiamata LFB ).
Mentre sorseggiavamo i nostri drink, spiegavo ad Elizabeth che quando BIVIO era nella sua fase di startup, compravamo abitualmente prodotti “leggermente difettosi” da un rivenditore online globale, specializzato nelle vecchie collezioni dei multi-brand, sino a quando non avevano stabilito una spesa minima di ventimila euro all’ordine per i clienti B2B, cosa non “sostenibile” per noi all’epoca, quando avevamo solo un negozio ed eravamo molto prudenti con i nostri soldi.
«Penso che il problema principale che potremmo avere con LFB potrebbe essere il prezzo di vendita». Sapevo che il blazer che indossava aveva un costo di più di duemila euro e che BIVIO lo avrebbe venduto per meno di un ¼ di quel prezzo, se fosse arrivato in condizioni perfette — ancora a meno se avesse avuto bottoni e/o etichetta mancanti o il colletto scolorito.
Elizabeth mi rassicurò di aver già comprato da BIVIO e che conosceva i nostri prezzi molto bene, definendoli refreshing. «Guarda», disse, sorseggiando il suo prosecco e abbassando il tono della voce, «Stiamo parlando di migliaia di articoli che prendono polvere in un deposito da anni. Il mio scopo principale è quello di far uscire ciò che è utilizzabile fuori da quelle scatole e immetterlo nel mercato. In questo momento è solo deadstock per il brand. Sicuramente possiamo trovare delle soluzioni che possano funzionare per entrambe le parti». L’avevo invitata a mandare una mail il prima possibile, dicendole che sarei potuta andare a farle visita in qualsiasi momento.
Quasi cinque mesi dopo, durante una fredda, umida, grigia mattinata di gennaio, dopo aver scambiato non meno di quindici email con Elizabeth e altri dipendenti di vari dipartimenti di LFB, e dopo due appuntamenti cancellati all’ultimo minuto, io e Marco eravamo finalmente riusciti ad andare al deposito per vedere il loro inventario fallato. Il magazzino era a 40 minuti dal centro di Milano, nella direzione dell’aeroporto di Malpensa. Se siete mai stati negli Headquarters di un Brand di Lusso, o se potete immaginarne una situata in un palazzo barocco nel centro storico di Milano, questa era esattamente l’opposto.

Eravamo arrivati alle 9:30 di mattina. «Vestitevi con abiti caldi», aveva suggerito Elizabeth in un’email. «I depositi non sono riscaldati.» Eravamo stati accolti da Elizabeth e dai suoi colleghi del Defective Department (un nome che ho inventato per rendere meglio l’idea) che ci stavano già aspettando nella reception. Ci avevano fornito dei cartellini identificativi e dei guest pass, dicendoci di lasciare i nostri documenti alla reception e che non ci era permesso tirare fuori i nostri cellulari in alcun momento. Avevamo gentilmente rifiutato i caffè della macchinetta, ma Marco aveva accettato una bottiglia di San Pellegrino. Espressi il mio dissenso tirando fuori dalla mia borsa una borraccia e mandando giù un bel sorso. «Questo posto è un incrocio tra il Pentagono e un obitorio», sussurrai a Marco. «Immaginati venire a lavorare qui ogni giorno?» Mi rispose sotto voce. «Zero glamour. Almeno l’acqua San Pellegrino c’è.»
Avevamo camminato attraverso una serie di stanze enormi, piene fino al soffitto di scatole adagiate su bancali, dove degli uomini vestiti da cantiere spostavano la merce attorno alla stanza, imballando e disimballando gli articoli avvolti nella plastica e inquadrando sticker con codici a barre. Il logo LFB, immediatamente riconoscibile alla maggior parte degli europei sopra l’età di dodici anni, marchiava ogni cosa. Eravamo stati condotti in un ufficio dove vi erano una dozzina di scatole aperte, piene fino all’orlo di articoli meticolosamente sigillati nella plastica. Marco mi aveva tirato un’occhiata — conosce bene la mia posizione a riguardo.

«Ok, abbiamo messo da parte una selezione di prodotti fallati, così potete farvi un’idea della tipologia di difetti di cui stiamo parlando», disse Elizabeth. «Avevi detto che sarebbe stato meglio iniziare con gli accessori e la pelletteria, giusto? Ho anche portato del prêt-à-porter di categorie di prodotti più basici, così potete capire che cosa potrebbe piacere alla vostra clientela.»
Per chi non lo sapesse, i “fallati” sono un grande problema per l’intera industria della moda — specialmente per il settore del lusso, la cui esistenza è fondata sulla parvenza di perfezione e irraggiungibilità. I brand che propongono sfilate con le guest list piene di VIP devono monitorare ogni aspetto del processo di manifattura per evitare di incappare in buchi, fili tirati, cuciture storte o graffi sulla pelle o sull’hardware in metallo. Nonostante le loro buone intenzioni e la catena di montaggio all’avanguardia, gli errori accadono. E questi errori devono essere nascosti all’esigente clientela, ma allo stesso tempo non bisogna renderli facilmente acquistabili dai consumatori che potrebbero non risultare “idonei al posizionamento” del marchio.
Questa è la situazione in cui un Sustainability Officer spera che un retailer di seconda mano come BIVIO entri in gioco. I consumatori che comprano religiosamente secondo mano operano seguendo una scuola di pensiero molto diversa rispetto a qualcuno disposto a spendere 1200 euro per un paio di jeans. Teoricamente, un cliente che compra da BIVIO non ha problemi a chiudere un occhio in presenza di alcuni piccoli difetti, assicurandosi in compenso un articolo di qualità a un prezzo irrisorio. Lo scopo della nostra azienda è quello di convincere i consumatori che i graffi sulle suole delle scarpe, un filo tirato, un bottone mancante o anche un segno di penna su una borsa, non li condannano alla loro fine—specialmente quando si tratta di un brand di lusso. Visto che BIVIO ha un afflusso costante di venditori disposti a separarsi da pezzi ricercati di vecchie stagioni, comprando qualche centinaio di articoli leggermente difettosi e disponendoli nei nostri vari negozi, non avrebbe destato alcun sospetto che fossero arrivati direttamente dalla Maison stessa. Che era esattamente ciò che BIVIO e LFB volevano evitare per preservare le nostre brand identities contrastanti.
Io e Marco avevamo passato le successive due ore a fare dei controlli qualità e a mettere le cose da parte nelle pile del “sì” e del “no”, esattamente come facciamo al banco acquisti. Un paio di jeans senza il rivetto, sì. Delle borse senza un charm con il logo sulla zip, sì. Gli occhiali da sole con le lenti crepate, no. La parte sopra di un bikini senza quella sotto, no. Le magliette con il logo con un buchino sotto l’ascella, sì. Le magliette con la stampa a caldo già rovinata, no. Delle camicie in seta con i fili a malapena tirati, sì. Delle cinture con la fibbia rotta, no. Una vestaglia senza cintura, sì. Degli orecchini singoli, sì.

Ci eravamo ritrovati davanti ad una scatola di gigantesche Stanley Cups in metallo, ognuna di loro avvolte in plastica e interamente ricoperte di cristalli Swarovski con il logo di LFB messo in rilievo. C’erano diverse scelte di colore. A ognuna di loro mancavano dei cristalli. Erano così pesanti, anche vuote, che non riuscivo a capacitarmi di come una persona potesse andare in giro con una di queste in mano. Ne tirai fuori una e la mostrai a Elizabeth. «Oh wow, okay,» dissi. «LFB fa anche le Stanley Cups adesso? Quanto costa una di queste?» «Mmmm, intorno a 700 euro credo», rispose. Annuivo, cercando di rimanere impassibile. Io e Marco ne avevamo presa una a testa. «Mi immagino una di queste accanto ad una piscina sul tetto a Dubai», pensai ad alta voce. «Senza offesa all’ufficio stile ma non penso che a Milano abbia delle grandi possibilità». Qualche dipendente del Defective Department ridacchiarono. Marco aveva detto che probabilmente ci sarebbero stati dei clienti, ma che le tazze avrebbero perso troppi cristalli sul pavimento dei negozi e non vi era alcun modo di attaccare un antitaccheggio. Gentilmente rifiutammo le Stanley Cups ricoperte di cristalli.
Alla fine, avevamo selezionato poco meno di duecento articoli; l’LFB Defective Department li avrebbe poi revisionati prima di mandarci un listino prezzi finale. Io e Marco eravamo stati estremamente chiari, sia nello scambio delle email prima della visita che durante il nostro processo di selezione, riguardo a quanto eravamo disposti a spendere per ogni categoria. BIVIO agisce in questa modalità da molti anni e preferiamo essere molto trasparenti riguardo alle nostre aspettative prima ancora di visionare gli articoli—specialmente quando questo richiede un viaggio in macchina di 40 minuti all’interno di un deposito senza riscaldamento in pieno inverno. Potrebbe sembrare controsenso, ma chi lavora nella moda è meno scioccato del nostro pricing rispetto a chi è soltanto un “cliente finale” – perché sono i professionisti che sanno qual’è il costo reale di un articolo e di quanto vengano rincarato i prezzi.
Durante il viaggio di ritorno, provammo ad indovinare la vera quantità di deadstock contenuta in tutti quei magazzini. Probabilmente quelle dodici scatole contenevano solo una piccolissima quantità del loro inventario totale. “È semplicemente assurdo se pensi alle risorse che vengono sprecate”, si lamentava Marco, mentre la nostra BIVIOmobile avanzava lentamente lungo l’autostrada nel traffico di mezzogiorno. “Non solo la merce, ma anche le scatole, le etichette, il software, il personale… pensa a tutti gli stipendi che servono solo per gestire i fallati!» «La plastica… tutti quegli imballaggi… mi viene la nausea», dissi. «Dobbiamo dirgli che non la vogliamo. Spero che non avvolgano di nuovo tutta la merce. Cosa ne faremo?»
Alla fine, è stato un problema che non abbiamo mai dovuto affrontare. Dopo dieci giorni, LFB non ci aveva ancora inviato il listino prezzi. Quando scrissi un’e-mail di sollecito dopo due settimane, ce ne vollero altre due per ricevere una risposta. Nel mese che trascorse, era diventato un fatto ormai noto nel settore che LFB stava negoziando la sua vendita a una Holding del Lusso. E non per la prima volta.
Quando finalmente arrivò il listino approvato, i prezzi erano raddoppiati rispetto a ciò che avevamo discusso. Sebbene i prezzi di retail per dei prodotti come le borse vengono rincarati 10 o 15 volte rispetto ai loro costi di produzioni (o ancora di più per le cinture e i portafogli), i prezzi che LFB ci stava chiedendo ci avrebbero permesso a malapena di venderli al nostro markup ideale “per tre”. Dato che pagare in anticipo centinaia di articoli difettosi di un unico brand nonchè da un unico fornitore era già una mossa rischiosa per un’azienda come la nostra, avevamo quindi deciso di gentilmente rifiutare la collab.
È passato più di un anno da quando abbiamo visitato il Pentagono/Obitorio di LBF. A febbraio di quest’anno, l’UE ha approvato una legge che vieta la distruzione (tramite triturazione, incenerimento o smaltimento in discarica) di abiti e scarpe invenduti. L’obiettivo sarebbe quello di combattere la sovrapproduzione da parte delle aziende di “fast” fashion, ma anche marchi di lusso come LFB dovranno rivalutare come gestire la merce invenduta, che si tratti di rimanenze delle stagioni passate o fallati.
Immagino che nel prossimo futuro verranno assunti più Sustainability Officer; forse i giovani di oggi con la passione per la moda dovrebbero concentrarsi meno sul creare cose nuove e più sull’aiutare i marchi a capire cosa fare con ciò che hanno già realizzato. Anzi, se io stessi cercando un nuovo lavoro e non avessi una tale fobia della plastica e degli imballaggi, probabilmente sarei io stessa un’ottima candidata per il ruolo di Sustainability Director. Ma allo stato attuale delle cose, sono grata che il ricollocamento di una trentina Stanley Cup con i cristalli mancanti non ricada sulle mie spalle.
Ammetto che la mia anima imprenditoriale si è illuminata quando ho letto la notizia di queste nuove misure dell’UE: forse queste norme incoraggeranno l’ LFB Defective Department a riconsiderare i prezzi di listino? Dovrei mandare un’altra e-mail a Elizabeth e vedere di riuscire a negoziare un ordine di orecchini singoli. D’altronde gli orecchini spaiati adesso vanno di moda. Almeno per un’estetica imperfetta.
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